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Fu2re – Articolo 1

Il presupposto è semplice: se anche solo domandare come si immagina la propria vita fra dieci o vent’anni può generare ansia, immaginiamo cosa possa significare parlare in scala infinitamente maggiore, della salute e della sorte dell’umanità e del pianeta in un simile intervallo di tempo. 

È un dato di fatto che parlare al futuro generi timore, ma ragioniamoci un po’ assieme.
Tra qualche decennio la gen Z, e con essa quella precedente, i Millennials, saranno la fascia media della popolazione: adulti che si ritroveranno a prendere decisioni importanti all’interno e per la collettività e a vivere in un mondo che sarà, e disponiamo ormai di evidenze scientifiche più che del mero sospetto, radicalmente diverso da quello che conosciamo. Non è difficile comprendere il disagio di una generazione cui alle fisiologiche preoccupazioni legate all’età, all’inserimento nel mondo del lavoro e alla pressione di una società competitiva e impietosa si somma quella del dover vivere su un pianeta affaticato da decenni di sfruttamento delle risorse,  di prassi nocive esercitate sugli ecosistemi e da una mentalità egoista, in gran parte ereditata dalle precedenti generazioni. 

La paura cronica di imminenti disastri ambientali, cambiamenti climatici, inquinamento e dell’impossibilità di porvi rimedio, prende il nome di “Eco-ansia”. Si tratta di un fenomeno tanto esteso e preoccupante quanto lo sono le sue cause. Il nome può giungere nuovo dal momento che ad oggi non se ne parla molto e non è registrato nel DSM ( Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) quale disturbo psicologico vero e proprio. Sebbene è vero che si può dire molto sul benessere generale di una società osservando le scelte e preoccupazioni individuali, che speranza per il futuro può nutrire una generazione  rassegnata all’idea di non poter rispondere alle problematiche esistenti e che arrivi ad optare, ad esempio, per una vita senza figli per il fatto di non potergli garantire un ambiente sano e sicuro in cui vivere?

Pertanto, di fronte ad una maggioranza fondamentalmente indifferente alla questione, oltre chi cerca razionalmente di adattarsi nel suo piccolo alle circostanze portate dalla crisi ambientale adottando sane abitudini volte alla sostenibilità (alimentazione a base vegetale, acquisti consapevoli, riciclo e riuso), esiste anche la fascia degli eco-ansiosi. Il disagio provato da questi ultimi si lega alla paura di un pericolo concreto? Sì, in effetti l’urgenza di contenere le conseguenze dei cambiamenti climatici è una questione estremamente concreta ed indifferibile, il che è chiaramente destabilizzante. È dunque inevitabile soccombervi e vivere nel terrore? Probabilmente no. Ciò che si può fare è certamente abbattere il muro del silenzio sull’ argomento, dargli il giusto peso, informarsi, capire che un po’ di timore e senso di responsabilità dovrebbero interessare tutti piuttosto che suscitare attenzione solo in chi  è maggiormente sensibile riguardo il tema. E questo perché, senza ricorrere a toni allarmistici, è quasi certo che nei prossimi anni saremo tutti chiamati – o costretti – a modificare molte abitudini, oltre all’approccio e alla mentalità, che nutriamo nei confronti del nostro ambiente.

Per mia esperienza posso dire che fare associazionismo con persone che condividono la tua stessa preoccupazione aiuta moltissimo non soltanto a sentirsi meno soli, ma anche a tenersi informati su come effettivamente stanno le cose su cosa è ragionevolmente possibile fare in quanto cittadini, oltre ad essere forse il miglior modo di “fare scudo” contro la paura.

Cristina Gramegna 

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